DIVERSAMENTE UGUALI

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Allora ultimamente, visto che vivo con il mio lui, e di conseguenza passiamo molto più tempo di prima insieme, mi è capitato di riflettere su un bel po’ di cosette. Sapete quando arriva quel momento in cui è un po’ che si sta insieme e tutti quei lati del carattere, che fino a quel momento si tienevano segregati maniacalmente vengono alla luce, oppure si comincia a vedere qualcosa che prima non si vedeva perchè si era troppo impegnati a guardare altrove… ecco, ad un certo punto un@ si accorge di alcuni aspetti no? E’ normale che succeda così. Ora, io sono una signorina piuttosto esigente. E’ vero, me ne rendo conto. Ma mi capita, a volte, di trovarmi di fronte a delle situazioni in cui l’altra persona fa o dice qualcosa, che magari è anche solo un’opinione, che però, porca vacca… a me mi rimane impressa. E ci penso, ci penso e ci ripenso, fino allo sfinimento. E può darsi, solo darsi, che forse io diventi anche un tantino aggressiva nei confonti del malcapitato. Mi chiedo… sono una di quelle persone che non accetta le opinioni differenti? Forse… Il nocciolo della questione è questo: fino a che punto la persona con cui stai deve “sentire” come senti te, “percepire” come fai tu, e “vedere” come te? Avete presente tutte quelle menate tipo: “gli opposti si attraggono”? Ma saranno poi vere? Ma chi l’ha detto? Io mi ci arrovello il cervello… Sarà vero che si va a cecare una persona che ci compensa? Che in qualche modo ci completa? O no? Non sarà che la gente magari si mette insieme e poi si accorge di essere diversa, ma per rimanere al sicuro s’inventa ‘ste teorie? Per esempio… che ne so… Se Giulietta avesse speso almeno una settimana a parlare con Romeo, invece di partire subito per la tangente, magari sarebbe finita col prenderlo a sciabolate? Certo non ci sarebbe stato il romantico finale truce, ma truce, di sicuro, lo sarebbe stato…

CRI, CRI LAMA SABACTANI?

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Lo sai che arriva un momento in cui uno deve fare i conti con i propri errori, e accettare le conseguenze, in silenzio, senza protestare. Ma questo non è possibile. Sai anche che ci sono momenti nella tua vita in cui tutto si complica, di solito tutto insieme. Ma questo non ti rende certo pronta ad affrontarli, questi momenti. Sai che arriva un punto in cui ce la devi fare per conto tuo, che te la devi gestire da sola, perchè è così che è. E anche se ti senti pronta, anche se sai che non sei sola, se sai che l’armatura piano piano sta diventando più indistruttibile…beh…questo punto non ti fa comunque meno paura. Sai che gli equilibri si trasformano in disequilibri in un attimo. Ma questo non ti vieta di continuare a cercarlo ostinatamente, l’equilibrio. Sai che la vita ti mette continuamente davanti problemi e poi con una serie di eventi improbabili ti presenta anche la soluzione. Ma questo non ti fa smettere di cercarla faticosamente da solo, questa soluzione. Sei consapevole anche del fatto che il muro che ti tiri su intorno ogni volta che ne senti il bisogno non ottiene il risultato di farti sentire al sicuro, ma quello di farti sentire all’ombra e lontana da tutto. Sai che non sempre le persone riescono a darti ciò di cui hai bisogno quando ne hai bisogno, e allora devi accettare quello che ti danno. Ma questo non significa che riesci ad accontentarti. Sai che ci sono troppe cose che hanno un senso solo se le condividi con qualcuno, e alla fine ti ci abitui a condividerle con te stessa. Ma sai che è fottutamente diverso e nella tua testa echeggia di continuo un insistente E SE. Sai che ci sono dei luoghi magici, che sono sempre lì, sempre ugualmente bellissimi. Ma quando ci torni da sola ti rendi conto che quella canzone meravigliosa non ha più parole.
E’ da queste consapevolezze e dal continuare a desiderare comunque la cosa contraria che nasce la malinconia, l’amarezza, la rabbia e la smania. Sono queste consapevolezze che ti fanno andare avanti, ma ti riportano continuamente indietro. Siamo svantaggiati: nella lotta contro noi stessi perdiamo noi comunque.
E’ rendersi conto che siamo diventati un banale luogo comune quando eri convinta che saremmo stati l’eccezione più bella e meglio riuscita, che ti fa piangere così.

IL MIO TASTO GIUSTO

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12 Gennaio 2007

Stanotte proprio non riuscivo a dormire. Mi giravo e rigiravo nel letto, chiedendomi per quanto sarei potuta andare avanti prima di perdere i sensi. Giacchè mi trovavo in quell’ingrato limbo che sta fra l’incoscienza e la semicoscienza…la mia mente infame ha pensato bene di approfittarsi di questa mia momentanea vulnerabilità intellettiva per sparare domande e giudizi a tradimento.
Mi sono chiesta…che succede se smettiamo di contare per una persona che invece noi giudichiamo importante? I rapporti sono come degli elastici? Che uno può anche allontanarsi per un po’…ma poi torna comunque indietro?
Ho pensato che è veramente uno schifo vivere in questa città. Che è una città culturalmente morta. Ho pensato che presto quelli della mia età che vivono qui si ritroveranno trentenni e scopriranno che gli unici due posti che ci sono qui non sono più adatti a loro. Che non lo erano infondo mai stati, ma che almeno, nei bei tempi andati potevano andarci senza sentirsi come un telegrafo in un negozio di cellulari ultrapiatti.
Quand’è che il tuo periodo di transizione è diventato la tua vita?
Mi sono chiesta che cosa stessero facendo le persone che conosco in quel momento. Me li sono immaginati tutti, addormentati come neonati. Qualcuno mentre diceva parole senza senso nel sonno. Qualcuno che respirava pesantemente. Qualcuno che mollava ginocchiate a vuoto. Forse qualcuno sveglio. Qualcuna, lontana, che fumava sigarette in cucina, anche lei in preda a pensieri confusi come i miei, solo formulati in un’altra lingua. Mi sono domandata se qualcuno magari stava pensando a me. O magari sognandomi. E mi sono sentita stupida per questo.
E mentre mi giravo su me stessa, con gli occhi assonnati ma il cervello sveglissimo e insistente, ho sentito un vuoto dentro me. E mi sono ricordata perché mi sentivo così. E lo stato di calma apparente che durava da giorni ad un tratto è scomparso. All’improvviso mi è piombata addosso l’importanza di quello che abbiamo fatto. E ho provato a non vedere i tuoi occhi che mi fissavano insistentemente da quella prospettiva inedita. Mi sono voltata di la, proprio come quella sera, ma tu mi hai seguito. E allora ho pianto. E non sapendo come fare ti ho spinto in un angolo inutilizzato del mio cervello. Quello del pensiero logico-razionale.
Poi mi sono accoccolata in posizione fetale e avrei voluto qualcuno vicino a me che mi avesse detto “andrà tutto bene”. Un riparo dalla pioggia. Un camino nel salotto. Un abbraccio. Un sipario rosso e polveroso in una multisala sterilizzata. Calore umano.
Mi sono domandata se in realtà non usiamo l’amore per avere qualcosa a cui aggrapparci. Per sapere che infondo c’è una rete di sicurezza sotto questo filo scivloso e traballante. L’amore come mezzo per non sentirsi totalmente persi. E il sesso come mezzo per non sentirsi incompleti. O per perdere il contatto con se stessi. Il sesso come l’alcool e la droga. Divertente ma potenzialmente mortale.
Poi mi è venuto caldo. Allora mi sono tolta il pigiama. Mi sono sentita sola e stanca.
Mi sono detta che sarebbe stato bello se nella mia testa ci fosse stato lo Start. Spegni computer. Spegni. Un click, salva i dati e buonanotte.
Forse a volte il tasto giusto da premere, per riposarsi un po’, è quello che ti fa perdere il contatto con te. E ognuno ha il suo.

PSICOPATOLOGIA DA CELLULARE

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Io davvero, lo giuro, a volte fatico a comprendere la mente femminile. Almeno…credo sia solo una cosa da femmine, non lo so. Comunque, l’ansia. Sapete di quelle ansie che solo un ragazzo può farti venire? Insomma…mi chiedo…come si può cambiare la visione di se stessi a seconda di come ci sembra che qualcun’altro ci veda? Una frase detta con il tono e lo sguardo giusto dal ragazzo giusto e noi, improvvisamente…si diventa le donne più belle del mondo. Una cosa non detta, quando noi la volevamo sentir dire, quando noi ci si aspettava, e subito…ci trasformiamo nella Banshee della brughiera, con artigli, urla e tutto il resto. Prendete me per esempio…io sono una di quelle psicopatologiche da cellulare senza speranza. Una di quelle che se aspetta una telefonata (da un ragazzo eh, il resto del mondo chisenefrega) e il cellulare disgraziatamente si scarica e spegne, è anche capace di mettersi a piangere e tornare a casa per attaccarlo alla corrente. Io sono una di quelle che se uno non risponde al messaggio, da fondo alla scorta di sigarette, caffè e cioccolata. Io sono quella povera isterica che fissa il cellulare mangiandosi le unghie e quando lui chiama usa il tono di voce di quella che “non me ne frega niente che hai chiamato”. E’ estenuante…cercare di fare a tutti i costi la fiamma, se in realtà, in quella realtà che tanto si rinnega, ci si sente una povera falena. Ma i ragazzi sono così? Loro giocano secondo le nostre stesse ridicole regole o no? Giochiamo da sole un gioco che loro non capiscono? …o che fanno solo finta di non capire? Comunque sia, il gioco, lo stanno conducendo loro. Che siano in realtà molto più furbi di quello che danno ad intendere?

Voci più vecchie

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