“Young Adult” – SPOILER ALERT

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Oggi ho visto l’ultimo film Reitman-Cody… Young Adult.
Interessante scelta filmistica la mia, visto che oggi…sola, perchè la mià metà oscura è fuori città, una volta tornata dal lavoro mi sono dedicata ad elevate attività quali:
impigiamento, struccamento, sonnellino di 4 ore, film, cena a base di pringles e coca cola, e caterve di cicchini fumati come se non ci fosse un domani, rigorosamente (so che mi amerà di più per la mia onestà) in casa, laddove è rigorosamente vietato.
In pratica ho attraversato uno di quei momenti che sono sempre presenti nella mia vita, in cui sembro una sedicenne che improvvisamente si ritrova a vivere da sola e sa che il giorno dopo tornerà alla normalità, e si sfoga. Atto premeditato, studiato, eseguito.
Il film mi è sembrato geniale (non ai livelli di Juno, ma quasi) per tutta la prima metà… pensavo: “Ma guarda bella Diablo Cody…. pensavo di essere l’unica e invece anche Charlize Theron è così!”. Ovviamente io sono lungi dall’essere come Charlize Theron, anche al peggio della sua forma, e il film è portato all’esasperazione perchè lei di questo stile ne ha fatto una forma di vita estrema… ma la sensazione di fondo c’era. Ora l’intoppo dove stava? Stava nel fatto che lei era flippata per un trauma subito anni prima, che in qualche modo le aveva stoppato l’evoluzione dell’esistenza. Ma… io l’intoppo traumatico, cazzo, non ce l’ho avuto! C’è solo, dentro di me… questa giovane, inspiegabilmente incazzata col mondo, disinteressata, immobile, menefreghista ragazzina che vive i suoi momenti di libertà incurante del futuro, e che salta fuori a tradimento. Un film su questo l’avrei senz’altro trovato più interessante, senza traumi, solo… così.

“La giornata era finita – un giorno tra tutti i miei giorni. Domani ce ne sarebbe stata un’altra e io ero giovane.”

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“Ogni tanto sui giornali, sulle riviste e nelle biografie dedicate alla mia vita trovo educatamente formulata l’idea che feci il vagabondo per studiare sociologia. E’ gentile e premuroso da parte dei biografi, ma è sbagliato. Feci il vagabondo, beh, a causa della vita che era in me, della bramosia di viaggiare che avevo nel sangue e che non mi concedeva di stare fermo. La sociologia è stata una scusa, è venuta dopo, allo stesso modo in cui ti trovi la pelle bagnata dopo un’immersione. Io andai sulla strada perchè non potevo starci lontano; perchè in tasca non avevo i soldi per il biglietto del treno; perchè ero fatto in maniera da non poter lavorare tutta la vita allo stesso turno; perchè, beh, ma semplicemente perchè era più facile che non farlo.”

Chi scrive ovviamente non sono io. Chi scrive è Jack London. Io non avrei potuto. Io se mi fossi messa a rincorrere un treno merci in corsa per salirci al volo sarei subito finita sulle rotaie.
Leggere Jack London è come prendere un cucchiaino e scavarti lentamente un lungo tunnel fino a meandri che sapevi essere lì, ma mica più di tanto. E una volta arrivato infondo sorprendere una vocina accquattata che dice: “Ops, mi hai scovato! Beh, ce ne hai messo di tempo!”.

Davanti a casa nostra c’è un ruscelletto, che d’estate si secca e diventa un villaggio vacanze per rane, ranocchi e rospi, che passano le nottate estive a gracchiare del più e del meno. La stradina dove si abita è chiusa e quindi non passa quasi mai nulla e nessuno. Beh qualche tempo fa stavo in giardino, seduta sugli scalini di casa, saranno state circa le undici di sera, è venuto il cane e mi si è seduto accanto. Io lo stavo accarezzando così, pensando ai fatti miei. Ad un certo punto gli tenevo la mano fra la spalla e la sua pancina pelosa e… ho sentito il suo respiro e il suo cuore, e allora l’ho guardato. Se ne stava lì tranquillo, fermo, ad annusare gli svariati odori portati nell’aria, e viveva. E l’ho visto non come il mio adorabile cagnetto giocherellone e pazzo di sempre, no, l’ho visto per quello che è: un animale. Ho “sentito” la sua natura. Ho avuto un secondo d’illuminazione in cui ho sentito che le cose che ci sembrano importanti hanno un così scarso valore nell’ordine naturale delle cose da rasentare praticamente lo zero.
Siamo il parto di una madre che ha in sè talmente tante sovrastrutture create artificialmente da non essere più nemmeno vagamente riconoscibile come donna. E siamo talmente tanto attaccati a queste sovrastrutture da non riuscire neanche a godere del bello che l’essere umano è riuscito a creare.
Siamo così abituati a vivere in questa artificialità da non vedere neanche più negli hamburger al supermercato degli animali, qualcosa che era più legato alla natura di quanto noi potremmo ormai forse più essere. Qualcosa che solo per questo non si guadagnava la grazia di essere tolto dalla nostra catena alimentare, quello si sarebbe innaturale, ma il diritto di essere trattato con rispetto quello si, se lo guadagnava tutto.
La consapevolezza di essere in un certo modo ti porta per forza di cose, ad un certo punto, a fare un bilancio di quello che per te è importante.
Poi, da qui ad eliminare quello che non lo è, il passo è breve, ma infinitamente lungo.
Ho vissuto per un anno con la maggior parte della mia roba dentro a scatoloni. Quando ho aperto quegli scatoloni vi ho trovato dentro una serie di cose di cui pensavo sinceramente di non poter fare a meno, disposte con cura per essere tirate fuori per prime. Le scatole le ho richiuse con il loro importantissimo contenuto e verranno presto gettate via. Non ne avevo mai avuto bisogno, solo che non lo sapevo.
Mi chiedo di quante e quali cose ci siamo fatti carico perchè la nostra sovrastrutturata madre ci aveva insegnato a ritenerle fondamentali.
Quanto tempo, spazio, energia e soprattutto denaro ci stanno costando e ci costeranno? La cosa buffa è che crescendo sembra che occupino sempre più spazio, e che costino sempre di più.
Poi lo guardo negli occhi e ho la strana sensazione che quello di cui abbiamo bisogno in realtà sia molto più grande di noi e che anzi ci contenga, che ce lo abbiamo già o che sia a portata di mano, e che… sia gratuito, o quanto meno che abbia un prezzo maledettamente abbordabile!

LE PIPPE

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Io non sono mai stata capace di parlare di niente, nemmeno quando non avevo niente da dire.
Io, se parlo, è perché c’è qualcosa di cui parlare.
Io, lo giuro, vorrei avere la capacità di attaccare pippe. La vorrei, ma, accidenti a me, non ce l’ho.
La pippa nasce secondo me agli albori della società con l’avvento del Venerdì e del Sabato sera.
Mi si potrebbe far notare che ci sono persone che “parlano solo a pippe”. E’ vero. Non so se avete mai conosciuto persone così. La persona che parla a pippe si comporta così: sceglie un argomento insignificante, di cui a voi non importa un accidenti, e parte con la pippa infinita. Parla parla parla e voi, non potete fare niente. I maestri della pippa cronica sono, appunto, maestri, perché riescono a mantenere la pippa anche se voi evitate il contatto visivo, anche se guadate da tutt’altra parte. Loro continuano a parlarvi. L’unico modo per sopravvivere ad una pippa del genere è alienarvi e pensare ai fatti vostri, annuendo di tanto in tanto, poi, dopo un tempo infinito, quando la persona in questione ha le mucose secche e magari beve un bicchier d’acqua, voi dichiarate che dovete andare al bagno. Nel peggiore dei casi la pippa continua al vostro ritorno. Nel migliore dei casi il pippone è passato a qualcun altro, e voi siete salvi.
Secondo me queste persone sono malate e avrebbero bisogno di una cura psichiatrica, per smettere di rompere le palle altrui. La mia peggior pippa della storia è stata quella di una tipa che mi ha parlato per un’ora di un interruttore della luce. Queste persone sono fuori di testa, ma sono anche geniali. Provate voi a trovare qualcosa da dire su un interruttore, a me non riesce.
Comunque le pippe più comuni, dicevo, sono quelle del Venerdì e del Sabato.
Sono in realtà definite con un’espressione socialmente accettabile: “parlare del più e del meno”. Ma per me pippe sono e pippe rimangono. Non so come funziona dalle vostre parti, ma qui funziona così: il popolo livornese alla fine dell’estate, dopo che si è cotto bene bene il cervello al sole per sei mesi, sceglie un… chiamiamolo locale… dove passare l’inverno, per congelarsi il cervello e riscongerarlo l’Aprile successivo. Tutti i Venerdì e i Sabati sera un nugolo di persone si piazza (e questa è la parte che non capisco) FUORI dal suddetto locale, rigorosamente FUORI (se stai “dentro” sei OUT, notare la sottile genialità) e, drink in mano, semplicemente sta lì. E cosa cazzo ci stanno a fare? Direte voi. Ecco che entra in gioco la pippa. Tutta questa gente è ogni volta la stessa, e, nota bene…ormai si conoscono TUTTI. Ma si conoscono, non è che sono amici o che. Si conoscono. E con una persona che “conosci” non è che di solito ci esci, ci prendi un caffè o ci parli delle tue cose, no, ci parli “del più e del meno”. Gente di cui non te ne fotte una mazza, con cui però DEVI parlare, perchè sennò come lo passi il sabato sera? La pippa ci aiuta.
Io, davvero, mi ci sento male. Io non sono capace. Insomma… se me ne fregasse qualcosa di te sarebbe diverso, ma davvero, non so cosa dirti. Non è che con i vostri amici state lì a parlare di massimi sistemi tutto il giorno, ma insomma con loro potete parlare di un sacco di cose “più e meno”, tipo che ne so… un bel film che avete visto, un libro che state leggendo, spettegolate, parlate della vostra vita, che ne so! Ma con uno che con voi non c’entra un cazzo…. Potete palare solo del tempo. Se qualcuno in questo frangente vi chiede “Come va?” in realtà vi sta dicendo: “Facciamo finta di parlare, così gli altri vedono che facciamo vita sociale, non mi interessa in realtà come stai, fammi passare solo qualche minuto, così poi passo al prossimo”. E infatti di solito si risponde “Bene!”, che non è mai vero, è solo che accettiamo questo patto sociale non comunicativo in cui ci hanno trascinato contro la nostra volontà.
Quando mi portano in questi posti, dove regna questa comunicazione finta, questo parlare di niente per passare il tempo, io, in mezzo a quella folla blaterante vedo questo: me stessa, sola, circondata da una massa di persone che si muove a velocità rallentata e parla con la voce di un registratore che ha le pile scariche. Andate al diavolo voi, e le vostre pippe. E non so se ce l’ho di più con loro o con me che non sono come loro. So solo che vorrei essere da un’altra parte a fare tutt’altro.
Persone che parlano a pippe. Parlare di puttanate. Passare alla prossima pippa. Notate la ripetizione della P.
Pericolo, premier, papa, preti, pedofilo, porca puttana, patria, pena, puzza, pustola, piovra, pus, paio di palle, perdere, paura, pop, predicare, pazzia, peggio, picchiare, pestare, popò, pungiglione, povertà, pezzente, precariato, prigioniero, patetico, palloso, proprietà privata, paranoia, pinco pallino, porci, padroni, partiti, politici, panico, pistola, perire… potrei proseguire.
La P non porta cose buone.
Mi sento in dovere di riabilitare la P.
Pensiero, parola, pace.…profitterole.

SEX AND THE SHITTY

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Oggi tento invano di alzare il sopracciglio sinistro e fare la faccetta ammiccante per l’ennesimo sconosciuto, mi vesto alla moda-trendy-firma-super-yeah (sandalo tacco 0, pantalone militare al ginocchio e canottiera da una sterlina e mezzo, in quel posto alle grandifirmedistocaz**), prendo Guilbert e lo sbatto sul letto, (“Guilbert” è il mio pc portatile), e digito sulla tastiera l’interrogativo del giorno:

“Siamo alla costante ricerca di stimoli esterni, perchè siamo vuoti e tristi?
O ci sentiamo vuoti e tristi perchè non riceviamo nessuno stimolo esterno?”

Ultimamente è tornato alla ribalta Sex and the City.
Infatti, per tutti coloro che in 10 anni ancora non lo avevano mai visto, ora finalmente sull’onda del successo del tanto pubblicizzato film, la tv ci va riproponendo serie su serie, e considerando che ho la brutta abitudine di paragonare tutto quello che vedo alla mia vita, e viceversa, ho cominciato a pensare….
Te lo immagini che palle se Sex and the City lo ambientavano in Italia, magari a Livorno?

In the city… dove se si continua ad accoppiarci fra di noi, fra qualche decennio nasceranno bambini con la coda di maiale (da G.G.Marquéz, n.d.d.).

In the city… dove “Magari stasera esco e conosco qualcuno di nuovo”… si. Prova con un annuncio sul giornale, perchè nessuno ti presenterà nessuno, nemmeno se ci sta parlando di fronte a te.

In the city… dove “La sai la novità? Tizia s’è messa con Tizio”
“Chi è Tizio? Lo conosco?”
“Si, è quello che stava insieme a Tal de Tali, che poi s’è messa con Pinco, che è la cugina di Pallino, che è l’ex di Tizia appunto e che ora Pinco non so se lo sai, ma sta con Tal de Tali?”
“Ah deh! Chiamala novità!!!!”

In the city… dove la sera… si esce con in tasca 5 euro, che ci devono bastare per tutta la settimana, “magari un ponce a metà?”

In the country… dove non puoi nemmeno farti una bevuta, che se poi guidi ti fanno una multa di migliaia di euro, pari a quanti giorni di galera gentilmente non ti fanno fare, ti ritirano la patente, e buona serata anche a lei agente, grazie. Eh gente in Leghorn i taxi non li chiami col fischio, nè con la mano, e poi costano troppo, gli autobus non ci sono, la metro non c’è… cosa si deve fare? Andare in risciò?

In the city… dove stasera a quale favolosa inaugurazione di quale favoloso locale con favolosa gente si va? “Deh si va al Mauri” (Mauri:noto e quasi unico posto di ritrovo livornese) Dove puoi assistere ad una sfilata di proto-tronisti col petto depilato e dal magico accento labronico che peraltro non riescono a fare centro nel wc nemmeno se gli punti un fucile alla testa.

In the city… dove altro che scrittrici, galleriste, avvocatesse e pr… qui si passa dal 12-40 part time agli scaffali dell’Ipercoop part time in un battito di contratti di 3 mesi.

In the country… dove altro che “Voglio un figlio” “Io invece non voglio un figlio sennò nel vestitino di Prada non c’entro più”… qui c’è poca scelta, si tengono annodate le nostre tube di trombatori precari, che se disgraziatamente ci scappasse un frugoletto, messi come siamo o ce lo vendiamo o ce lo mangiamo. Ma attenzione a quel che fate, che nello stato dove il Papa regna sovrano, se trovate il dottore timorato di Dio può anche non darvi la pillola del giorno dopo… “magari lo adotterebbe lei allora, eh doc? Magari mi manda una foto della prima comunione. Testa di cazzo.”

In the country… dove altro che parità fra i sessi… lì da voi a parte Schwarzi, i politici li tirano giù dai calendari, li rivestono, e poi li schiaffano in parlamento a fare le belle statuine? Magari per difendere la gente da quello che loro hanno fatto fino a ieri? No, perchè se è così… siete proprio nella merda anche voi.

Io, sono sincera, un programma così, non lo guarderei nemmeno sotto tortura.
Però lo vivo tutti i giorni.
Ma non è l’Italia il bel paese? L’arte? Il sole?
Non è questa la città dove se il Livorno va in serie A viene proclamata giornata di festa?
Tutti orgogliosi di essere livornesi: deh, ir ponce, ir vernacolo, ir mare, ir cacciucco, il Livorno, la Fotezza e il Mauri, a noi ci bastano, ora ci s’ha anche la notte bianca! Tutti in via Ricasoli con i sedicenni! O cosa voi di più? A Livorno? E ci si sta di morto bene!
La città di Modigliani! Dove l’unica mostra che ci hanno fatto è stata quella di Fattori, senza considerare che a Livorno il museo Fattori c’è in pianta stabile.
Da una città il cui fondatore è ritratto tutto tronfio in un bel monumentino-simbolo in cui 4 poveri mori sono incatenati sotto di lui, d’altra parte, che ti puoi aspettare?

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