Lo sai che arriva un momento in cui uno deve fare i conti con i propri errori, e accettare le conseguenze, in silenzio, senza protestare. Ma questo non è possibile. Sai anche che ci sono momenti nella tua vita in cui tutto si complica, di solito tutto insieme. Ma questo non ti rende certo pronta ad affrontarli, questi momenti. Sai che arriva un punto in cui ce la devi fare per conto tuo, che te la devi gestire da sola, perchè è così che è. E anche se ti senti pronta, anche se sai che non sei sola, se sai che l’armatura piano piano sta diventando più indistruttibile…beh…questo punto non ti fa comunque meno paura. Sai che gli equilibri si trasformano in disequilibri in un attimo. Ma questo non ti vieta di continuare a cercarlo ostinatamente, l’equilibrio. Sai che la vita ti mette continuamente davanti problemi e poi con una serie di eventi improbabili ti presenta anche la soluzione. Ma questo non ti fa smettere di cercarla faticosamente da solo, questa soluzione. Sei consapevole anche del fatto che il muro che ti tiri su intorno ogni volta che ne senti il bisogno non ottiene il risultato di farti sentire al sicuro, ma quello di farti sentire all’ombra e lontana da tutto. Sai che non sempre le persone riescono a darti ciò di cui hai bisogno quando ne hai bisogno, e allora devi accettare quello che ti danno. Ma questo non significa che riesci ad accontentarti. Sai che ci sono troppe cose che hanno un senso solo se le condividi con qualcuno, e alla fine ti ci abitui a condividerle con te stessa. Ma sai che è fottutamente diverso e nella tua testa echeggia di continuo un insistente E SE. Sai che ci sono dei luoghi magici, che sono sempre lì, sempre ugualmente bellissimi. Ma quando ci torni da sola ti rendi conto che quella canzone meravigliosa non ha più parole.
E’ da queste consapevolezze e dal continuare a desiderare comunque la cosa contraria che nasce la malinconia, l’amarezza, la rabbia e la smania. Sono queste consapevolezze che ti fanno andare avanti, ma ti riportano continuamente indietro. Siamo svantaggiati: nella lotta contro noi stessi perdiamo noi comunque.
E’ rendersi conto che siamo diventati un banale luogo comune quando eri convinta che saremmo stati l’eccezione più bella e meglio riuscita, che ti fa piangere così.
CRI, CRI LAMA SABACTANI?
maggio 18, 2008
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COCCIA E INCOLLA
maggio 18, 2008
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14 Febbraio 2007
“L’altro giorno, non mi ricordo dove, ho sentito che è tipico degli amori quelli veramente unici di finire in maniera tragica. E’ proprio un meccanismo del cervello di far finire tutto in una enorme botta piuttosto che vederlo svanire ed appassire. Bello, io ci credo. Probabilmente se avessimo continuato a stare insieme ti avrei ucciso. Così, a caso. Secondo me è così e questo mi conforta un po’”
Ci sono cose di cui vorrei parlarti. Ci sono cose che vorrei chiederti. Tue opinioni che potrebbero essere fondamentali per le mie scelte. Strade che avrei potuto prendere se solo tu mi avessi detto che era giusto. Canzoni che ascolterei se tu mi dicessi che sono belle. Libri che leggerei e annuserei se tu mi dicessi che ne vale la pena. Film che vedrei solo con te. Cibi dalla strana provenienza e dall’aspetto incerto che assaggerei. File ai check in in cui ti guarderei incuriosita ed emozionata. Luoghi nuovi che esplorerei con la gioia di farlo. Sigarette che ti darei volentieri. Lunghe chiaccherate per tirare fuori la verità sperando che duri. Ci sono litri di lacrime che ti farei asciugare. Abbracci che ti regalerei con gioia. Quadri che ti avrei fatto fissare per ore. Odori per strade che ti avrei fatto annusare la domenica mattina presto. Facce, anime e storie che vorrei tu avessi conosciuto. Un grande mi dispiace che forse avrei dovuto dirti meglio. Uno strano periodo di cui tu ovviamente hai visto solo una faccia. Tanto dolore di cui tu naturalmente non sospetti l’esistenza. Una decisione difficile che ho dovuto mantenere con una forza e un’insicurezza che non ti ho mai mostrato. Dubbi di cui non sospetti l’esistenza. Il perdono verso me stessa a cui mi sono dovuta costringere che tu non sai. Un periodo così lungo e difficile per me che non ti ho mai svelato perché non ne avevo il diritto. Rispetto per se stessi così forte da portarti avanti. Meccanismi di difesa che ti portano ad escludere tutto e tutti. Questioni in sospeso. Cadute. Fosse scavate con le mie mani per poi risalire. Tu che ogni volta cerchi di relegarmi in quella fossa. Diverse reazioni ai problemi. Silenzi troppo troppo lunghi. Parole e frasi dette con cattiveria. Incomprensioni che cominciano a puzzare. Rancori al monossido di carbonio. Rinnegazione del passato per non impazzire nel presente. Delusioni. Rancore pesante. Ironia affilata. Solitudine. Rassegnazione. Mancanza. Riavvicinamenti e distacchi. Manipolazione della realtà. Reinventare il passato per renderlo accettabile da odiare. Censurare i sentimenti. Fiducia. Odio odio. Respingere. Trattenere. Soprannomi divenuti fuori luogo. Ricordi dimenticati. Finte lontananze. Superficialità. Estirparti dalle mie abitudini. Tenerti fuori. Relegarti in un posto indefinito. Eliminarti dalle mie emozioni. Sentirsi buttare fuori. Sentirsi un bersaglio. Sentirsi accusare. Sentirsi eliminare. Aver condiviso qualcosa con qualcuno e sentirsi dire che era troppo. Che era pesante. Carezze finte. Finte coltellate. Rabbia. Vuoto. Mancanza. Dolore. Ricordi. Speranze. Comprensione e pazienza.
Le persone non cambiano. Reagiscono ai cambiamenti, e basta.
Ho riempito di parole e disegni un muro, non lo ridipingere di bianco ti prego. Perché io…li ho sempre odiati, i muri bianchi.

BRIDGET JONES MI FA UNA PIPPA
maggio 18, 2008
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15 Febbraio 2007
Qualche giorno fa…
I miei sono partiti per una settimana.
Io, finalmente, di nuovo sola in casa. Non mi sembra vero.
E sempre qualche giorno fa…
Ore 14.30: mi sveglio.
Ore 14.32: bevo caffè.
Ore 15.00: mi sveglio e mi accorgo che ho esaurito la scorta cibo-da-dvd/libro/computer.
E visto che in questo periodo guardare film, leggere e stare al computer mangiando e bevendo ogni sorta di schifezza e fumando cicchini è diventata la mia principale occupazione, decido di vestirmi e uscire di casa per andare all’Ipercoop.
Berretto calato sulla faccia, occhiale da sole, calzini spaiati (tanto nessuno li vede), scarpe da tennis bucate (tanto non piove), cispa nell’occhio destro, canottiera della salute ancora sotto la maglietta, mi avvio verso il centro commerciale. E’ una di quelle cose, sapete…che anche le ragazze più fissate con trucco e parrucco, tutte rossetto e pizzi, di solito fanno, se sanno di fare una spesuccia che richiede giusto 5 minuti. Inutile fare il restauro completo di un’ora, soprattutto se non si è ancora completamente svegli. Verrebbe fuori una cosa tipo quadro di Picasso, che io oltretutto non sopporto. E…si, lo so…di solito il non-restauro corrisponde matematicamente all’incontro-con-ragazzo-bellissimo. Ma, fortunatamente, non era quello il giorno. Ho davvero scritto “fortunatamente”? Vabbè……comunque…
Mentre mi aggiravo fra gli scaffali per il mio junkie-food-shopping…li ho visti.
Il mio ex/ex ragazzo e la sua nuova/nuova ragazza che facevano la spesa.
Embè? Penserà qualcuno.
Eh lo so…Embè?
Il fatto è che…queste cose fanno pensare.
Questi due ragazzi sono andati a vivere insieme da poco. Nella loro casa. “Loro”. Loro due sono un “Loro”. Io quando ero un “Loro” ho fatto consapevolmente di tutto per tornare ad essere un “Me”. E ora come sono? Un “Me” incasinato. Un qualcosa tipo…“Un po’ Me un po’ Lui”? In pratica un Me disperato. E loro invece…loro erano lì che facevano la spesa insieme. Con del cibo che avrebbero cucinato insieme. Cibo vero. Cotto. No pizza scongelata nel microonde mangiata davanti alla tv maledicendo sky che fanno tutti film già visti. Cibo mangiato a tavola insieme. Non da soli a sedere sul tappeto del salotto. E io? E io eccomi lì. Marshmallows e birra in una mano, M&M’s e Pringles nell’altra, Coca Cole sotto le ascelle, che mi nascondevo fra gli scaffali mentre inciampando mi cadevano dalle orecchie gli auricolari dell’Mp3. Maledetta Me.
LA sua GIUSTIZIA cristiana
maggio 18, 2008
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3 Luglio 2007
In una mattina d’estate, non meno di due secoli fa, il prato dinanzi a questa prigione era affollato di cittadini. La cupa rigidità dei visi di questa brava gente avrebbe fatto pensare all’imminenza di qualche grave avvenimento: l’esecuzione di un noto delinquente, una fustigazione, o forse una strega che stava per essere impiccata.
Avrebbero dovuto imprimerle un marchio di ferro rovente sulla fronte! Questo si che sarebbe stato un brutto colpo per lei! Perché quella svergognata si curerà poco di quello che le cuciranno sul corsetto! Vedrete, lo nasconderà sotto un fermaglio o qualche altro maledetto aggeggio del genere e continuerà a passeggiare per le strade più spudorata di prima!
Può coprire il marchio finché vuole, ma la pena le rimarrà sempre impressa nel cuore!
Ma perché parlare di un segno sulla veste o di un marchio sulla fronte? Questa donna deve morire!
La porta del carcere si aprì e ne uscì una figura cupa.
Quest’uomo rappresentava e personificava l’inumana severità delle leggi puritane, la vendetta senza perdono che lui stesso, da bravo cristiano qual’era, doveva strettamente applicare.
Con la sinistra teneva alta l’insegna della punizione e con la destra spingeva avanti una giovane donna. Quando giunsero fuori dalla porta della prigione, questa lo allontanò da sé con un gesto pieno di dignità e forza di carattere, ed avanzò all’aperto sola.
E fu allora che apparve, rossa come la passione, proprio sul suo petto.
La lettera scarlatta le brillava sul corsetto, circondata da meravigliosi ricami d’oro che lei stessa aveva eseguito. Il lavoro era così accurato e denotava un tale sfoggio di creatività e fantasia, che il marchio dell’adulterio poteva venir scambiato per un ornamento del vestito, ed era tale l’eleganza, rispetto al gusto cristiano dei puritani, che difficilmente le rigorose leggi della comunità avrebbero tollerato di più.
E’ molto abile nel ricamo, questo è certo. Ma prima di questa pazza svergognata, non si era mai vista una donna cercare di gloriarsi per una cosa simile. E che cos’è questo, amici, se non ridere in faccia ai nostri buoni giudici e farsi vanto di una cosa che essi, da bravi gentiluomini cristiani quali sono, reputano un castigo?
Ma mai Hester Prynne era apparsa bella come in quel momento, in cui uscì dalla prigione.
(più o meno liberamente tratto da The scarlet letter -capitolo I, la piazza del mercato- Nathaniel Hawthorne)