ODE A EDIMBURGO

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2 Settembre 2006

Che cos’è una città se non un insieme di case e strade? Che cos’è che rende speciale un luogo invece di un altro? Siamo noi con i nostri occhi o è il luogo stesso che effettivamente lo è?

Ci vuole carattere per soppravvivere al tuo clima, perché fa di tutto per renderti insicuro…perché quel giorno d’aprile camminavo in Royal Mile e c’era il sole, neanche una nuvola, e tutti si fermarono a fissare il tuo cielo a bocca aperta…perché cominciò a nevicare. Forza di volontà per camminare sulle tue strade, con le salite e le discese, dove è facile inciampare e scivolare, dove è facile cadere. Stare sdraiati in Princes Gardens, lontano da tutti, sereni e protetti dentro di te. Il calore confortante del caffè all’Elephant House. Il tempo scorre lentamente. I libri della biblioteca. L’odore sporco di Cowgate la domenica mattina. Il castello nascosto nella nebbia. Tu che cambi faccia continuamente. Cupa e gotica quando piove. Triste e malinconica quando si scioglie la neve dai tuoi tetti. Sicura e splendente quando t’illumina il sole. Cristallina e addormentata nella luce delle tue notti estive. Tu e la magia antica dei tuoi vicoli nascosti. I corvi che cantano infastiditi il loro buongiorno, mentre passeggi attraverso il cimitero col tuo caffè in mano. Camminare attraverso di te e sentire che non c’è niente di sbagliato. Cara eterna Old Town quando ti vedo appena scesa dal treno mi accorgo di amarti. Tu che mi hai accolto a braccia aperte. Che hai goduto delle mie gioie estatiche. Che hai pianto silenziosa il dolore insieme a me. Tu che mi hai cresciuto come una mamma. Il taxi che mi ha portato via da te è arrivato troppo presto. Era tutto pronto. Tranne me.

FROM LAWNMARKET TO WESTPORT IN MY MIND

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Salgo gli scalini di Lady Stair’s, attraverso la piazzetta del Writers Museum, cammino sulle frasi scolpite nella pietra, attraverso James Court, slalom fra i fusti vuoti di birra del retro del pub e passo da St. James Close. Sta iniziando a piovere, ok, niente, attraverso Royal Mile e m’infilo in Fisherman’s Close, spero non ci sia l’uomo col mantello nero nascosto lì dietro l’angolo per spaventare i turisti perchè uno di questi giorni mi farà venire un infarto, mi godo il silenzio del vicolo per dieci metri, ritorno alla luce di Victoria Street, scendo rapida le scale che puzzano di piscio, l’Elfo disegnato sul muro mi strizza gli occhietti, do’ un occhiata al Finnegan’s Wake di fronte a me, sento già il sapore della Guinness, faccio mentalmente il calcolo di che giorno è oggi, se è giovedì andiamo stasera che c’è la band col violinista pazzo, continuo la mia camminata, scendo veloce la strada, i turisti arrancano nella salita opposta, sorrido pensando che i primi tempi anch’io arrancavo, sento l’odore di formaggio del negozio di formaggio, poi quello del tea del negozio di tea, do’ un’occhiata rispettosa ai vecchi libri in pelle della Old Town Bookshop e procedo, butto un occhio a sinistra, il Negozio di Natale Aperto Tutto L’anno, continuo, giro verso destra, uno sguardo al Budget Backpackers, e eccomi in Grassmarket, l’ultima meravigliosa fatica prima di buttarmi sul divano con caffè e sigaretta in mano, guardo i ragazzi fuori dai pub con le birre, ridono e scherzano, io ho le mani in tasca e ascolto una canzone degli Shins, uno sguardo a sinistra e sento l’odore di pelle vecchia dei vestiti di Armstrong, e’ spuntato di nuovo il sole, cammino e guardo in sù, il castello fa il suo pomposo ingresso annunciato dal verde della collina, rendo mentalmente omaggio e attraverso la strada, spingo il bottone del semaforo (tre, due, uno, bip, andiamo), guardo il Salvation Army-Women Hostel-College of Art, mi dico che una volta o l’altra mi decido ad entrare, perchè un posto con un nome così deve essere bello per forza, e via con la salita di West Port, guardo in terra, sta arrivando la mattonella sconnessa, ci salgo sopra, vedo i libri in terra della libreria di seconda mano, annuso il profumo di carta umida dopo che ha piovuto, significa che sono vicina, ecco il mio portone rosa, lo apro, l’odore di spazzatura, muffa, umido del giardino e del muschio m’invade e so che sono arrivata a casa.

EDIMBURGO, SECONDO ME

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Gennaio 2007

Una donna lasciata da sola con il suo Moleskine rosa fucsia nella Inspiring Capital e questo è il risultato…in quattro giorni ho scritto una quantità di cose pari a quelle che ho scritto in quattro anni. E qualcosa lasciamola passare dalla carta allo schermo… 

29 gennaio: IO, E LA PACE

Eccomi lì. Io con il mio caffè-to-go da 2 pound. Mi guardo in una vetrina e mi sento a posto. Attraverso il cimitero. Gli alberi di Rowan, come quello tatuato sulla mia caviglia, sono nudi in questa stagione e un po’ vergognosi mi danno il benvenuto nel viale dei Princes Gardens. Mi siedo su una delle tante calde panchine di legno in-memoria-di. La fontana di Ross, asciutta e silenziosa, mi nasconde il sole. Guardo il castello sul suo vulcano spento. E’ lunedì mattina, non c’è nessuno. Le paure, i dubbi, le paranoie, la tristezza, in questi cinque minuti, non fanno parte di me.

29 gennaio: IO, L’IDIOTA (come cambiano le cose)

Sono le 21.30, sono in una camera d’ostello da sola, con una giapponese che parla in un brodo di giuggiole con un tipo inglese che sono sicura le sta dicendo di amarla. E io? Io sono un’idiota. Il tipo, che volenti o nolenti, è stata la forza motore di questo mio insano trip si è barricato in casa senza la minima intenzione di vedere nessuno che non sia se stesso. Mi sento un’idiota. Avete presente quei film? Che iniziano con la protagonista, una sfigata cronica, che va a fare l’improvvisata all’ignaro amato e lo trova che sguazza allegramente dentro un’altra? Ecco, siamo a questi livelli di patetismo. Oramai lo sanno tutti. Il mio zimbellaggio stasera è arrivato in tre stati: Scozia, Spagna e Italia. Se conoscete qualcuno che non sa che sono un’idiota, per favore, fateglielo presente. Che tutti ne prendano atto: sono un’idiota. E il quadretto tocca le vette del grottesco se vi figurate per bene la scena: nel mio pigiamino a righe, chinata gobba sul mio taccuino, circondata da una montagna di kleenex usati, che fra uno starnuto e l’altro cerco di buttare giù aspirine in modo da non farmi venire la febbre a 40 e poter finalmente fuggire lontano da lui e tornare alla mia noiosa città. Maledetto Colombo.

30 gennaio: LA MIA STRAMALEDETTA CARTA DI CREDITO

Questa mattina, per sfuggire alla paranoia della sera scorsa e alla botta da aspirina, seguendo il precetto “Shopping is cheaper than psycanalist” ho imbracciato Carta di credito e sono partita all’assalto della città. Ora, io lo so che non si può diffamare pubblicamente le carte di credito, quindi non lo farò…ma dovete sapere che qualche giorno all’anno, ESSA non funziona. Non va, non c’è versi. Manco a dirlo, oggi era uno di quei giorni. E mi è stato comunicato nel peggiore dei modi: mentre cercavo di pagare uno straordinario vestitino anni ’50 in saldo. Niente. L’ho dovuto lasciare lì. Sconsolata mi sono avviata ugualmente verso Princes Street, dove ci sono 4 tappe d’obbligo da rispettare:
H&M: se si entra nell’H&M tunnel è impossibile uscirne. Se non esistessero i jeans DIVIDED io andrei in giro nuda. Quando sono uscita senza buste avrei voluto uccidere qualcuno.
OFFICE: è un negozio di scarpe, una piccola Camden Town nel cuore di Edimburgo. Fatevi venire a mente un paio di scarpe…da Office le trovate. Di vernice, a pois, a righe, scozzesi, con le paiettes, col tacco, senza tacco, una col tacco e una no, scarpe con la faccia di Spongebob, scarpe con le orecchie (lo giuro!) e poi loro…le CONVERSE. Tante di quelle converse che non ci crederebbe Chuck Taylor in persona, buon anima. Quando sono uscita ero depressa.
ANN SUMMERS: questo negozio soddisfa in pieno la mia mania del momento: la biancheria intima spinta. Non del tipo sadomaso eh…non pensate male…più del tipo Kirsten Dunst in Marie Antoniette. Riuscite ad immaginare il corredo di una prostituta di un bordello parigino degli anni ’20? Ecco, moltiplicatelo per cento e avrete una vaga idea di quello che si può trovare da Ann Summers. Quando sono arrivata ai polsini di pizzo e raso sono uscita piangendo a dirotto.
Preso mentalmente nota di far mangiare all’impiagata delle ***** il mio inutile pezzo di plastica appena tornata a casa, a quel punto che fare? Ovvio. Caffè. Procurarmi la dose non è stato difficile visto che, secondo un rapido calcolo, c’è uno Starbucks ogni 7 abitanti del pianeta. Dopo di che…ultimissima tappa:
THE NATIONAL GALLERY OF SCOTLAND: ci sono solo due cose che sono tornata a vedere in realtà, anche perché per il resto il museo è una specie di magazzino di quello che non c’è stato modo di far entrare in quello di Trafalgar Square. Sto parlando di:
LE TRE ETA’ DELL’UOMO…capolavoro ingiustamente non considerato di Tiziano. Se vi capita di vederlo, evitando di far caso ai tre bambini che si…sembrano degli sharpei…concentrate l’attenzione sul modo in cui il seminudo bel ragazzo guarda la sua pienotta e vestita donzella. Dio…che meraviglia.
LE TRE GRAZIE…una delle due copie del Canova che, come puntualmente precisato, è stata ceduta alla povera Scozia da Londra. Grazie tante, troppo buoni. Comunque questa nivea scultura, lo giuro, insieme a Tori Amos quando suona il piano, Penelope Cruz e Kate Winslet, è l’unica cosa che tira fuori la lesbica che è in me.

31 gennaio: EDIMBURGO: QUELLO CHE LE GUIDE NON DICONO

OLD OLD OLD: la città in realtà non è tutta così vecchia come potrebbe sembrare. Gli edifici più recenti sembrano vecchi come i loro antichi vicini perché c’è qualcosa nell’aria che li rende dello stesso colore grigio e un po’ ammuffito. E se a qualcuno viene voglia di dire “che tristezza”…No. La tristezza non abita qui. E se vi capita di sentirvi tristi, entrate in una caffetteria a caso e mangiate una fetta di un dolce a caso. La tristezza uscirà dal vostro corpo in un baleno. E tornerà altrettanto in fretta quando riguarderete il vostro corpo dopo un mese. Ma voi dite come me: “Questa cavolo di lavatrice non funziona! Mi ha di nuovo ristretto i jeans!!” E la tristezza sparirà di nuovo.

ROYAL MILE: dal castello giù giù per un miglio fino alla residenza reale. C’è chi se la fa in bici, come il principe Carlo, c’è chi, come me, se la fa a piedi. Royal Mile è come la vita, cammini sulla via principale ma le vere meraviglie sono ai lati. Sto parlando dei Closes. Quei magici vicoli, un numero impecisato, giuro me li sono fatti tutti. Il mio preferito comunque rimane lui, Advocate’s Close…uscito direttamente dalla penna di JK Rowling, dietro una misteriosa insegna degna di Diagon Alley nasconde la casa più antica della città. E se vi venisse voglia di farvi leggere le carte o la mano o quello che volete c’è una chiesa sconsacrata dove per venti sterline vi diranno esattamente quello che volete sentire. Ma se volete la verità, se osate sfidare i lumini fuori dalle porte antiche dei cartomanti veri, addentratevi in Brodie’s Close. Niente paura e buona fortuna. E se mai vi capiterà di passare di la verso le cinque di mattina, quando tutti ancora dormono e i corvi ancora non sono di malumore, godetevi il suono dei vostri passi sulle pietre e fatevi confortare dalle campane di Saint Giles quando vi risuoneranno intorno….e dentro.

LE SALITE: forza non vi fate abbattere, diventeranno discese molto presto! E poi, andiamo…una settimana di queste strade e il vostro didietro sembrerà l’abbraccio di due Pringles!! [Scrubs stagione 1, ep.1. n.d.r.]

LO SCOZZESE: non è colpa vostra, davvero. Non sono stati anni di studi e soldi buttati al vento. Anche la Regina Madre non capirebbe un’acca. Se siete in difficoltà ci sono due parole a cui potete ricorrere: CHEERS, quando aprono una porta, quando vi danno qualcosa, quando brindate, sempre. E poi, ovviamente, il mio verbo preferito in inglese: GET. Get va sempre bene. Io quando non ricordo una parola ci schiaffo un GET , me la cavo alla grande e sono pure cool. GET è il PUFFARE dell’inglese.
You get it?

GLI SCOZZESI: è vero che quando parlano sembra che ti voglino uccidere…tanto per rendere l’idea nella versione originale dei Simpson, Willy il giardiniere sempre incazzato, è scozzese. Ma tranquilli, abbaiano ma non mordono. Uno, in fila al check in davanti a me m’ha chiesto scusa perché dovevo aspettare. Sono creature buone. L’unica cosa, non vi fate venire in mente di chiamarli britannici o inglesi perché sarebbe come sventolare bandiera inglese a Dublino il giorno di San Patrizio. Comunque le bandiere scozzesi tatuate sulle braccia degli uomini dovrebbero ricordarvi di evitare l’errore…

LA POESIA: per chi ama i cambiamenti, per chi non ha paura delle salite, per chi ama l’antico, per chi ama la magia, per chi ha voglia di una birra, per chi gli piacciono i quadretti, per chi è strano, per chi si vuole guardare dentro, per chi ama il verde, per i drogati di caffè, per quelli golosi, per i malinconici, per gli esploratori, per chi non gliene frega niente di scivolare ogni tanto, per chi ama il gotico, per chi…all’anima della festa preferisce quella in un angolo persa dentro se stessa. Per me di sicuro…

ONE YEAR AGO

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3 Marzo 2007

Un anno fa abbiamo preso quell’aereo. Quando Pisa si fece piccina ci venne da piangere. E piangemmo. Per paura suppongo. Andare via non è facile. Richiede coraggio, perché anche se quello che lasci non è poi un granchè…beh…è comunque un granchè che conosci. E’ un granchè sicuro. Ma noi dovevamo fuggire da tutto quello. Lasciare la lauea nel cassetto. Dire ciao ciao a mamma e babbo. Dire a presto ai nostri amici. Rimandare ai mittenti i nostri cuori sfasciati. E andare via. Lontano. Fanculo la paura e i dubbi. Che cosa avremmo fatto? Chi avremmo incontrato? Che cavolo di lavoro avremmo fatto? Dove avremmo vissuto? E soprattutto….ma Edimburgo…ma che città è Edimburgo??? Ti ricordi quando decidemmo di partire? Eh eh. Mi chiedesti “ma dove si va?”…e io “Edimburgo”… “Perché? Cosa c’è lì?”… e io non lo sapevo. Non avevo nemmeno mai visto una fotografia, solo Trainspotting (che non era un biglietto da visita poi così rassicurante). Però mi dissi “se va bene per JK Rowling andrà bene anche per me”. E avevo ragione.
Ti ricordi quando arrivammo? C’era la neve. E noi stracariche di bagagli ci si fiondò nel primo taxi con solo un indirizzo di un ostello scritto su un foglietto. E mentre saliva sferragliando su Market Street la vedevamo per la prima volta. Quelle strade che sarebbero di lì a poco diventate così familiari. E per la prima volta da un sacco di tempo, su quel taxi, sentì che non avevo paura di quello che sarebbe successo. E poi conoscemmo i bimbi spagnoli. E fu subito famiglia. Non abbiamo avuto il tempo di sentirci sole. E il primo mese è un ricordo confuso di risate, danze sfrenate, chiaccherate in tre lingue diverse, abbracci, strette di mano, sbornie e sorrisi. E il primo mese è stato duro cavolo. La vita da ostello ti mette dura prova. Solo raccattare la tua roba da terra il giorno delle pulizie ti vuol vedere in faccia. E non trovare lavoro quando non ti sono rimasti i soldi neanche per un biglietto aereo fa paura.
Poi…in una settimana…si sistemò tutto.
Voglio lavorare in Royal Mile. Fatto. Voglio vivere nel cuore della Old Town. Eccoci lì. E la vita cominciò a prendere una dimensione da vita normale. Il lavoro, gli amici, la città, i locali, l’amore. E poi i viaggi…tornare a Livorno per dieci giorni, e non vedevamo l’ora di tornare a casa nostra. Tre giorni a Londra e quello stronzo ti rubò il portafoglio a King’s Cross, e torniamo a casa ti prego! E poi l’Irlanda…Partire e tornare a casa. Felici di tornare. Felici di rivedere chi ci aspettava. E i tre mesi che avevamo programmato erano diventati sei. E quei sei mesi sono passati troppo veloci. E in quei sei mesi ho vissuto quello che qui sarebbe successo in cinque anni. Quello che qui non è ancora successo. Quello che qui non riesce a succedere. Quello che qui è come se morisse sul nascere. Le persone addormentate e la città inutile.
E poi è arrivato il due settembre. E c’era un aereo da prendere. Che ci avrebbe riportate diritte diritte nella merda. E Cristo Santo! La nostra camera completamente bianca e triste io me la ricordo ancora. E quando siamo scese a Pisa, nonostante il sole, c’è sembrato subito tutto squallido e grigio. Ma c’era qualcosa di diverso stavolta…noi. Noi s’era diverse.
Come ha detto Nacho “quando arrivai in Scozia tremavo, di freddo e di paura…e quando tornai a casa avevo la testa alta e il sole in faccia”…Io sono una paranoica cronica che si lamenta di tutto, e lo sai, mi conosci…ero così prima di partire, durante e quando sono tornata. Sono quella che tira il cellulare contro il muro e se si rompe s’incazza pure. Sono sempre io. Ma…qualcosa è cambiato. Il mio rapporto con me stessa non comprende più necessariamente qualcun altro. Tutto quello che mi sembra impossibile da fare, lo è se lo guardo da lontano. Alla fine, in un modo o nell’altro, le cose cambiano. Alla fine, in un modo o nell’altro, le cose vanno a posto. Non si è mai soli, in nessun momento, in nessun posto. “Casa” non è dove sei nato, ma dove stai bene anche quando stai male. La mia famiglia si è allargata. Ci sono ancora belle persone da conoscere. Ragazzi che ti faranno innamorare. Infondo non è tutto perduto. Non è tutto finito.
Le pallate di neve nel cimitero. La nebbia. Gente che va e gente che viene. Tonnellate di Curriculum e “Cercate personale?”. I messaggi gratis con la O2. I musei. I caffè-to-go. Demet in botta da Paracetamol che nemmeno Mark Renton. Le Vodka&Coca da un pound che portami via mi viene da vomitare. I soldi, i conti, l’affitto. Io che canto (e ballo…che pezzi!) Jesus Christ Superstar mentre cuocio il bacon. I clienti fissi. La donna con la faccia bruciata, l’australiana New Age-no foam-very hot, Matthew a-Latte-please, il ragazzo nice-day-today. Le passaggiate in Royal Mile alle quattro di mattina. I fuochi d’artificio sul castello. Noi tutti malati nell’ostello che si vomitava a turno con la febbre a 40. Il festival. Le strade piene di gente. I topi e la spazzatura. L’inno scozzese ogni sera alle nove e mezza. Le sigarette rollate. La biblioteca. Il Lidl. Cowgate. Le passeggiate sotto le bufere di neve. I resoconti sessuali al lavoro con le bimbe la domenica mattina. Pianti disperati nei vicoli. E la finale dei mondiali. E poi Tony. E ora è passato un anno. E a me mi sembra ieri. E spedisco un grazie di cuore mentale a tutte quelle belle persone che hanno vissuto questo con me. Che sono diventate parte della mia famiglia. Alle mie meravigliose amiche che hanno preso un aereo per venirlo a condividere con me, anche solo per pochi giorni. Grazie. Grazie soprattutto alla mia amica-coinquilina-collega Laura, che sei partita con me, che ti sei fidata di me. E un grazie a Tony. Che è uscito dalla mia fantasia due anni prima di incontrarlo, che avevo già scritto di lui e non gliel’ho mai detto.
E un grazie a Edimburgo, perché mi fa farfallare lo stomaco.


 

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