Mi è capitato spesso di vedere gente che arriccia il naso davanti una fotografia di un quadro di Frida Kahlo, tipo nel mio salotto ad esempio, e non mi sono mai stupita di questo. Perché l’arte a cui ha dato vita questa donnina è infusa di una bellezza che decisamente non è comune.
Può anche darsi che qualcuno non giudichi “bellezza” la sequela di ferite, sangue, lacrime, autoritratti di una donna che si è dipinta con i baffi e le sopracciglia unite e questo è comprensibile. La verità però è che Frida si era resa conto di una cosa molto semplice: una cosa è essere se stessi, con il proprio corpo e le proprie sensazioni, e un’altra cosa è essere belli. La descrizione fatta dal suo ex fidanzato, Alejandro, di Frida nuda, sanguinante e inondata d’oro dopo quel suo incidente, dà un’immagine bellissima e raccapricciante di lei e mi fa pensare che non avrebbe mai potuto dipingersi diversamente da questa bellezza terribile e completamente stravolta.
Raffigurando cose comunemente ritenute brutte, dolorose, crudeli con una visione tanto chiara quanto fiera di se stessa, Frida ha scoperto un altro tipo di bellezza, che certo non coincide con il modello corrente. Ha scoperto quella bellezza che esiste nella verità di essere se stessi, nella realtà delle cose che succedono, e le ha rappresentate come sono, senza intervenire sulla loro estetica per mitigarne la durezza. Questo modo di concepire la bellezza come conoscenza di sé richiede un grande coraggio ed è il suo tributo a tutto ciò che solitamente è relegato ai margini: quelle culture, quelle donne e quei fatti della vita che sono invisibili in un mondo dove solo il “fotogenico” merita uno sguardo. Ed è proprio in questo periodo storico, che tende a massificare tutto e tutti, che i personaggi come Frida fortunatamente crescono e divengono icone, modelli di pensiero e comportamento. Non per tutti è ovvio, la maggior parte ancora è ferma alla solita esclamazione “Boia! C’ha anche ir monociglio!!!”….
