LA MIA BELLA FRIDA

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Mi è capitato spesso di vedere gente che arriccia il naso davanti una fotografia di un quadro di Frida Kahlo, tipo nel mio salotto ad esempio, e non mi sono mai stupita di questo. Perché l’arte a cui ha dato vita questa donnina è infusa di una bellezza che decisamente non è comune.
Può anche darsi che qualcuno non giudichi “bellezza” la sequela di ferite, sangue, lacrime, autoritratti di una donna che si è dipinta con i baffi e le sopracciglia unite e questo è comprensibile. La verità però è che Frida si era resa conto di una cosa molto semplice: una cosa è essere se stessi, con il proprio corpo e le proprie sensazioni, e un’altra cosa è essere belli. La descrizione fatta dal suo ex fidanzato, Alejandro, di Frida nuda, sanguinante e inondata d’oro dopo quel suo incidente, dà un’immagine bellissima e raccapricciante di lei e mi fa pensare che non avrebbe mai potuto dipingersi diversamente da questa bellezza terribile e completamente stravolta.
Raffigurando cose comunemente ritenute brutte, dolorose, crudeli con una visione tanto chiara quanto fiera di se stessa, Frida ha scoperto un altro tipo di bellezza, che certo non coincide con il modello corrente. Ha scoperto quella bellezza che esiste nella verità di essere se stessi, nella realtà delle cose che succedono, e le ha rappresentate come sono, senza intervenire sulla loro estetica per mitigarne la durezza. Questo modo di concepire la bellezza come conoscenza di sé richiede un grande coraggio ed è il suo tributo a tutto ciò che solitamente è relegato ai margini: quelle culture, quelle donne e quei fatti della vita che sono invisibili in un mondo dove solo il “fotogenico” merita uno sguardo. Ed è proprio in questo periodo storico, che tende a massificare tutto e tutti, che i personaggi come Frida fortunatamente crescono e divengono icone, modelli di pensiero e comportamento. Non per tutti è ovvio, la maggior parte ancora è ferma alla solita esclamazione “Boia! C’ha anche ir monociglio!!!”….

 

 

 

ISTRUZIONI PER L’USO

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Di una cosa possiamo essere assolutamente certi: qualunque cosa si stia provando in un certo periodo, o in un certo giorno, o in certi 5 minuti…c’è qualcuno che l’ha già provata prima di noi. E, altra certezza, fra questi “qualcuno”, ce ne sarà stato almeno uno che è riuscito a trovare il modo migliore per esprimerla.
Non so se vi capita mai, ma sono sicura di si, capita a tutti…ascoltare una frase, sentita in un film, in una canzone o letta in un libro…oppure trovarvi di fronte ad un immagine…che ne so, un quadro, una foto o una scena nel buio di un cinema…e pensare “ca**o! Si! E’ quello che volevo dire io!”
Ogni tanto ho l’impressione che il mondo che mi circonda, attraverso le sue vie artistiche cerchi di dirmi qualcosa. Non lo so, forse è stupido, e forse è dettato dal fatto che in questo periodo sono sprofondata in una fase di autoanalisi così vicina alla patologia che proietto la mia personalità dovunque…comunque…qualunque sia la ragione…mi capita spesso di scegliere un film a caso, ascoltare una canzone in un dato momento, leggere nelle pagine di un libro che un’amica lontana mi ha spedito e…ricevere la risposta che non trovavo, sentirmi porre la domanda che non volevo sentire, vedermi piombare addosso il dubbio che non avevo considerato o ricevere quel conforto che, nonostante la comprensione, nessuno era riuscito a trasmettermi.
Non so voi, ma io trovo interessante il fatto che in realtà siamo venuti al mondo con un enorme MANUALE D’ISTRUZIONI PER L’USO DELLA VITA in cui si trova veramente di tutto, che è stato messo insieme da gente che della vita…o aveva capito tutto, o non aveva proprio capito un ca**o ma credeva di si, o aveva disperatamente cercato di capire senza levarci le gambe…in ogni caso, gente che ha saputo raccogliere tutte le domande, e le risposte, e le definizioni (passatemi il termine, laddove di definito non c’è proprio niente) che ci servono per vivere.
Quindi, beh…grazie a tutti loro….

LA MIA CAPPELLA SISTINA

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“…esprime una visione tragica della condizione e del destino dell’umanità bla, bla bla…” Giro pagina e guardo la foto dell’affresco. Più lo guardo e più mi accorgo che non importa leggerne la descrizione e il significato. Lo fisso a lungo. La paura, la disperazione… Ma fra questo turbinio di corpi color ocra, ce ne è uno che ha catturato la mia attenzione, non è neanche un corpo in realtà…era un corpo, ora è…sciolto, solo pelle. E’ diverso da tutti gli altri. Mi domando perché è così. Sfoglio le pagine, ma non dice niente. A questo punto c’è solo una soluzione: Google. Vediamo…27600 siti, lo sapevo. Pesco a caso. E…Eccolo qui…La didascalia dice: “Giudizio Universale. San Bartolomeo, particolare. 1537. Le sembianze del volto sulla pelle del santo sono state assimilate a quelle dell’artista” Allora capisco. Ecco perché è diverso da tutti gli altri. Ecco perché sta peggio di tutti gli altri. E’ un autoritratto.
Torno a fissare l’affresco. M’è venuta improvvisamente a mente una cosa. Sfoglio il libro e torno indietro alla decorazione della volta.
La osservo a lungo. Vedo i pensieri, la lotta, la forza, il coraggio, la sfida, la sorpresa, il dubbio, il dolore e la passione.
Guardo la data: 1508.
Mi viene da piangere.
Mi accendo una sigaretta. Guardo il soffitto. Penso al 33enne Michelangelo che affresca la volta, con la faccia sudata, la lingua fuori per la concentrazione e il fuoco negli occhi.
Non consapevole del fatto che dopo 30 anni si sarebbe ritratto proprio sul muro davanti a lui come un povero martire, senza più vita, senza speranza.
Mi sembra di oscillare fra la volta e il muro della Sistina.
E mi sta venendo la nausea.

DAVID

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Ero melma. Lo sentivo: ero infondo ad un abisso. Mi sono sentito schiacciato e pressato da tutto. Sentivo un enorme peso sopra di me. E sono rimasto sul fondo per un sacco di tempo. Milioni di anni mi sono sembrati.
Ma io ho tenuto duro. E lentamente, molto, molto lentamente, ho cominciato a salire. Salivo salivo salivo. E’ stata una salita molto molto lunga. Ma poi ce l’ho fatta. Sono arrivato molto in alto. Ero quasi in cima. Stavo per toccare il cielo, lo vedevo giusto sopra di me, ma a quel punto…mi hanno spezzato. Mi hanno letteralmente fatto a pezzi. E lì ho pensato che fosse finita. Mi hanno riportato giù. Mi hanno legato, rinchiuso e portato via. Dove non lo sapevo neanch’io. Quando ho rivisto la luce c’erano degli uomini intorno a me.
Mi hanno osservato, toccato, indicato e giudicato.
Hanno detto che non ero abbastanza.
Ed è stato di nuovo buio.
Poco tempo dopo è venuto un altro uomo da me. E io ho sperato, con tutte le mie forze. Quell’uomo ci ha provato con me, per un po’. Ma poi, anche lui, ha detto che non ero buono. Che ero inutile.
Allora mi hanno chiuso in un deposito, al buio. E mi hanno lasciato lì.
Per trent’anni sono stato chiuso in quel deposito, senza luce, senza aria. Ero solo. Per un po’ ho aspettato, ma poi…ero solo stanco.
Non speravo più in niente.
Un giorno la porta si è aperta…Un ragazzo è entrato, era bello, sui 27 anni. Si è avvicinato a me, lentamente. Mi ha scrutato a lungo, pensieroso. Poi mi ha sfiorato, mi ha toccato. E io ho sentito la forza, il coraggio e la libertà. C’era qualcosa che brillava nei suoi occhi. Ricordo bene come mi guardava….era come se vedesse qualcosa dentro di me, come se…volesse tirarla fuori, da me.
A quel tempo ancora non sapevo cosa sarei diventato.
Ma ora lo so.

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