16 Ottobre 2007
Mi ricordo un pomeriggio, 7 anni fa…ero nella metropolitana di Parigi, il mio primo “viaggio” fuori di qui, un Inter rail di due settimane con il mio zaino viola, un anno di cambiamenti per me, bei cambiamenti. Stavo seduta in quel treno e mi guardavo intorno, le facce della gente, gli odori, persone diverse che salivano e scendevano. E non mi dimenticherò mai quella sensazione. E’ stato allora, credo, che ho realizzato quello che avevamo a disposizione e mi sono sentita libera.
Lavoro all’aeroporto di Firenze da 5 mesi e in tutto questo tempo ho passato le mie giornate fra la gente. Gente che arriva, gente che parte, gente che piange mentre abbraccia un amico che se ne va. Ho visto passaporti con foto di neonati che hanno viaggiato più dei nostri genitori. Vedo passaporti che arrivano da ogni dove, con tanti timbri diversi e colorati, che sono stati toccati da chissà quante mani chissà dove. Leggo tanti tanti nomi, nelle lingue più strane. E a volte mi aiutano perché non capisco qual è il nome e quale il cognome. I portoghesi con 4 cognomi. Gli irlandesi con le scritte in gaelico. I leone e l’unicorno del Regno Unito. La corea…se il passaporto è verde è ok, se è rosso bisogna controllare il visto, perchè sono nati nella Corea sbagliata (saranno i più cattivi?). I Romeni risentiti che mi dicono “ora siamo in Europa noi!” quando controllo i visti. Ragazze islamiche che quando guardo la foto non le riconosco perché hanno il velo. E vedo le facce, un sacco di occhi che mi guardano e un ricevo un sacco di sorrisi…il sorriso di chi sta tornando a casa o di chi sta andando a trovare chissà chi. E vedo la tristezza, la malinconia di chi non se ne vorrebbe andare. Sento gli accenti, tanti accenti diversi…e passo da una lingua all’altra e a volte le mescolo e la gente ride con me, perché succede così…le lingue si mescolano, ma ci si capisce lo stesso. Ho visto valige legate con lo spago, che chissà da dove vengono. E ci attacco etichette che porteranno a spasso le mie impronte digitali fino a Londra e da lì in Florida e da lì poi fino a Cuba…e mi chiedo dove finiranno, magari per strada, in un tombino chissà dove…E sento tante storie, mi raccontano da dove vengono, dove vanno, e mi dicono il perché e io gli ascolto, e a volte non capisco, ma fa lo stesso. E tante facce parlano da sole. Vedo vecchietti italiani con il passaporto Australiano, e penso che queste persone hanno lasciato il loro paese 50 fa per andare dall’altra parte del mondo, magari senza niente e penso che allora ci volevano davvero le palle quadrate, e io provo un’ammirazione verso questa gente che non riesco a spiegare. E mi vedo passare costantemente davanti la parte migliore del nostro mondo: coppie miste, bambini meticci, figli con due cittadinanze, permessi di soggiorno che chissà cosa c’è dietro, sento bambini di tre anni passare dal giapponese all’inglese come se fosse una lingua sola. E mi si mettono in moto pensieri. La dolcezza delle ladies inglesi, che vorrei fossero tutte le mie nonne, che se ci avessi tempo le porterei a bere il tea. Il calore degli spagnoli e dei sudamericani che li bacerei tutti. La diffidenza intollerabile dei cinesi, che se ci avessero un mitra ti ammazzerebbero. Le risatine dei giapponesi. E tutta questa gente si mescola e tira fuori il meglio di tutto. E qualcuno si lamenta e dice che il nostro è un lavoro monotono e io non capisco cosa ci sia di monotono in quest’umanità.
Ci sono persone che nascono in un posto e passano la vita lì. Qualcuno passa la vita a spostarsi da un posto ad un altro perché non sta bene, mai. Ci sono altri che si muovono in massa, vanno, fanno un filmino da far vedere agli amici, comprano souvenir e poi se ne ritornano alle cucce. Alcune persone hanno un attaccamento al loro paese che non è patriottismo sbandierato stile usa, ma che è vero e proprio amore, è quello delle storie dei vecchi irlandesi nei pub, delle bandiere tatuate sulle braccia degli scozzesi, quello che si vede negli occhi dei messicani. Io quell’attaccamento all’Italia non ce lo, e non so perché. L’inno della Scozia risuona da una cornamusa ad ogni angolo, ad ogni matrimonio in kilt. L’inno italiano io non lo so neanche, e non mi interessa. Voglio vedere cosa c’è fuori di qui, perché quel poco che ho visto l’ho amato, tanto. E la mia mente torna sempre a quel viaggio in metropolitana, e giuro che vorrei sorridere sempre così, come in quel momento, in cui fortunatamente qualcuno mi scattò una fotografia.





