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Ci sono delle cose che non capirò mai.
Tipo per esempio perchè il sofficino passa da praticamente congelato a bruciato. O perchè Rose e Jack non potevano fare un po’ per uno su quella cavolo di porta.
Ma la cosa che capisco meno è come si faccia a vivere sapendo che sviando gli incidenti, sgattaiolando furtivi fra le malattie, sperando di non incontrare killer psicopatici o stupratori, al massimo possiamo contare di arrivare alla nostra ora, chiedendoci come siamo andati in questa vita.
Tutto il resto del tempo lo passiamo a fare del nostro meglio. Comprandoci vestiti, affittando e comprando casa, sfornando bambini, leccando il culo a chi ci fa il favore di farci lavorare, cercando di non uccidere le persone che ci fanno innervosire, tutto per arrivare lì sul baratro del nulla e pensare: mah, si forse ho fatto del mio meglio. Ho avuto limoni e ho imparato a bere limonata tutti i giorni, e ora sono qui, ok, addio e grazie di tutto il pesce. That’s all folks.
Mi sa che deve esserci di più di questo.
O forse no.
Forse la vita è: provo a fare del mio meglio sperando di avere ogni tanto un guizzo di felicità che mi fa andare avanti. Si perchè… belli miei…la serenità, che che se dica, non ci paga. E’ una roba inventata dai buddhisti per vendere magliette. La serenità dopo un po’ stucca. Ci vogliono tempeste, ondate, tutte quelle cose lì. Almeno io credo. Ecco, non ci metterei la mano sul fuoco. Ma questo è quello che ho sempre pensato. Magari mi sbagliavo.
Ora io lo so che crescendo le cose cambiano e che ti devi inventare sempre nuovi stili di vita, ma…ehi, è un lavoraccio. Non potrai più fumare 30 cicchini al giorno per il resto della tua vita, sennò finisce che ci resti secco. Non puoi fare tutti sabati le 5 di mattina mezzo sbomballato, e passare la domenica attaccato alla scatola dei malox. Non puoi stare una vita in affitto pechè sennò sarai sempre senza casa.
Ora, se io fossi Mark Renton o Tyler Durden magari andrebbe anche bene, ma io non credo di esserlo. Chi cazzo sono non lo so. Forse sono un po’ Holden. Ma non si può nemmeno passare la vita a dire bugie, annoiati di tutto e tutti, a piangere sui dischi rotti e a chiederci dove accidenti vanno le anatre d’inverno. Allora che si fa? Cioè, voglio dire, se tutte queste cose molto letterarie e mezze bohemien non vanno più bene a un certo punto che si fa?
Prendete le mie converse per esempio, perchè sono un esempio calzante. Io porto le converse ai piedi da tempo immemore, e ce le ho ancora ai piedi e non mi sono ancora stancata delle converse, e mi chiedo…quando avrò l’età della mia mamma avrò ancora le converse ai piedi? Un po’ triste pensare di averle, ma altrettanto triste non pensare di averle. Quando sono in fila alle poste io mi tengo l’mp3 nelle orecchie a tutto volume, ok? E guardo le donnine che chiacchierarano, non le sento ma so già cosa si dicono: si lamentano dell’artrosi, del paese che va male e della fila. E mi chiedo: da vecchia sarò come loro o mi terrò ancora l’mp3 nelle orecchie? Se vedessi una donnina alle poste con l’mp3 nelle orecchie e le converse ai piedi io penserei che è fuori di testa, tipo una di quelle che va a dare da mangiare ai piccioni. Io diventerò una che dà da mangiare ai piccioni? Mi stanno sulle palle i piccioni.
Si cresce le priorità cambiano. Così si dice. Ma io non ci credo. Però non credevo a tante cose, e a volte mi sono sbagliata di grosso.

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LE PIPPE

Io non sono mai stata capace di parlare di niente, nemmeno quando non avevo niente da dire.
Io, se parlo, è perché c’è qualcosa di cui parlare.
Io, lo giuro, vorrei avere la capacità di attaccare pippe. La vorrei, ma, accidenti a me, non ce l’ho.
La pippa nasce secondo me agli albori della società con l’avvento del Venerdì e del Sabato sera.
Mi si potrebbe far notare che ci sono persone che “parlano solo a pippe”. E’ vero. Non so se avete mai conosciuto persone così. La persona che parla a pippe si comporta così: sceglie un argomento insignificante, di cui a voi non importa un accidenti, e parte con la pippa infinita. Parla parla parla e voi, non potete fare niente. I maestri della pippa cronica sono, appunto, maestri, perché riescono a mantenere la pippa anche se voi evitate il contatto visivo, anche se guadate da tutt’altra parte. Loro continuano a parlarvi. L’unico modo per sopravvivere ad una pippa del genere è alienarvi e pensare ai fatti vostri, annuendo di tanto in tanto, poi, dopo un tempo infinito, quando la persona in questione ha le mucose secche e magari beve un bicchier d’acqua, voi dichiarate che dovete andare al bagno. Nel peggiore dei casi la pippa continua al vostro ritorno. Nel migliore dei casi il pippone è passato a qualcun altro, e voi siete salvi.
Secondo me queste persone sono malate e avrebbero bisogno di una cura psichiatrica, per smettere di rompere le palle altrui. La mia peggior pippa della storia è stata quella di una tipa che mi ha parlato per un’ora di un interruttore della luce. Queste persone sono fuori di testa, ma sono anche geniali. Provate voi a trovare qualcosa da dire su un interruttore, a me non riesce.
Comunque le pippe più comuni, dicevo, sono quelle del Venerdì e del Sabato.
Sono in realtà definite con un’espressione socialmente accettabile: “parlare del più e del meno”. Ma per me pippe sono e pippe rimangono. Non so come funziona dalle vostre parti, ma qui funziona così: il popolo livornese alla fine dell’estate, dopo che si è cotto bene bene il cervello al sole per sei mesi, sceglie un… chiamiamolo locale… dove passare l’inverno, per congelarsi il cervello e riscongerarlo l’Aprile successivo. Tutti i Venerdì e i Sabati sera un nugolo di persone si piazza (e questa è la parte che non capisco) FUORI dal suddetto locale, rigorosamente FUORI (se stai “dentro” sei OUT, notare la sottile genialità) e, drink in mano, semplicemente sta lì. E cosa cazzo ci stanno a fare? Direte voi. Ecco che entra in gioco la pippa. Tutta questa gente è ogni volta la stessa, e, nota bene…ormai si conoscono TUTTI. Ma si conoscono, non è che sono amici o che. Si conoscono. E con una persona che “conosci” non è che di solito ci esci, ci prendi un caffè o ci parli delle tue cose, no, ci parli “del più e del meno”. Gente di cui non te ne fotte una mazza, con cui però DEVI parlare, perchè sennò come lo passi il sabato sera? La pippa ci aiuta.
Io, davvero, mi ci sento male. Io non sono capace. Insomma… se me ne fregasse qualcosa di te sarebbe diverso, ma davvero, non so cosa dirti. Non è che con i vostri amici state lì a parlare di massimi sistemi tutto il giorno, ma insomma con loro potete parlare di un sacco di cose “più e meno”, tipo che ne so… un bel film che avete visto, un libro che state leggendo, spettegolate, parlate della vostra vita, che ne so! Ma con uno che con voi non c’entra un cazzo…. Potete palare solo del tempo. Se qualcuno in questo frangente vi chiede “Come va?” in realtà vi sta dicendo: “Facciamo finta di parlare, così gli altri vedono che facciamo vita sociale, non mi interessa in realtà come stai, fammi passare solo qualche minuto, così poi passo al prossimo”. E infatti di solito si risponde “Bene!”, che non è mai vero, è solo che accettiamo questo patto sociale non comunicativo in cui ci hanno trascinato contro la nostra volontà.
Quando mi portano in questi posti, dove regna questa comunicazione finta, questo parlare di niente per passare il tempo, io, in mezzo a quella folla blaterante vedo questo: me stessa, sola, circondata da una massa di persone che si muove a velocità rallentata e parla con la voce di un registratore che ha le pile scariche. Andate al diavolo voi, e le vostre pippe. E non so se ce l’ho di più con loro o con me che non sono come loro. So solo che vorrei essere da un’altra parte a fare tutt’altro.
Persone che parlano a pippe. Parlare di puttanate. Passare alla prossima pippa. Notate la ripetizione della P.
Pericolo, premier, papa, preti, pedofilo, porca puttana, patria, pena, puzza, pustola, piovra, pus, paio di palle, perdere, paura, pop, predicare, pazzia, peggio, picchiare, pestare, popò, pungiglione, povertà, pezzente, precariato, prigioniero, patetico, palloso, proprietà privata, paranoia, pinco pallino, porci, padroni, partiti, politici, panico, pistola, perire… potrei proseguire.
La P non porta cose buone.
Mi sento in dovere di riabilitare la P.
Pensiero, parola, pace.…profitterole.

L’OPPORTUNITA’

Chiedo scusa in anticipo.
Ma quando uno resta senza più parole, rimangono solo le parolacce.

Quando si fa una cosa duemila volte è facile perdere un po’ di estusiasmo.
Ma quando una certa cosa ti serve, l’entusiasmo devi averlo, almeno per finta. Io, a fingere sono pessima.
Tutto comincia quando moolto svogliatamente e senza nessuna speranza invii il tuo curriculum a tutti quelli che hanno un indirizzo email.
Passano settimane….mesi…..e un giorno, mentre stai facendo la doccia o mentre stai facendo la cacca e il cellulare è in cucina, senti quel suono polifonico con vibrazione: dri dri dri dri drin.
“dri dri dri dri drin” non corrisponde alle suonerie dei tuoi amici e chi può essere lo sconosciuto se non…..
Si fissa il colloquio, solitamente nello stesso giorno e alla stessa ora del parrucchiere o del ginecologo. Ci vorranno mesi per avere un altro appuntamento ma hey! Di fronte ad una possibilità di lavoro tutto il resto va a farsi benedire!
In realtà il colloquio di lavoro non è più un’opportunità, è più una sorta di pap test. Ogni tanto lo fai, con lo stesso piacere, e il risultato il più delle volte è negativo. Il colloquio di lavoro è una specie di stupro del tuo cervello e della tua dignità.
Il giorno del colloquio metti i vestiti da colloquio, che non sono quelli che ti metti di solito, quindi vanno stirati, perchè nei mesi sono finiti infondo all’armadio.
Ti trucchi.
E vai.
Ti annunciano.
Aspetti.
Poi entri.
Ti accomodi.
Appena seduta noti una pila di fogli in equilibrio precario sulla scrivania.
Il tuo curriculum è fra i primi fogli. Quando saranno arrivati in fondo tu sarai già in età da pensione, e comunque non si ricorderanno ormai di te, da questo momento in poi la “candidata”.
E parte la trafila di domande.

“Mi racconti qualcosa di lei”
Io già qui mi blocco.
Mi verrebbe voglia di sdraiarmi sul divano e raccontare tutte le mie fisime. Oppure iniziare con “Sono nata in una fredda notte di gennaio…”. Ma mi astengo. Racconto qualcosa di me. Cosa non lo so, ma qualcosa dico.

“Quali sono le sue esperienze lavorative?”
C’è il mio curriculum lì davanti, guarda quello imbecille. Lo so che è ormai alto come un tomo, ma uno sforzo no? E comincio….una, due, tre, quattro, cinque, sei, sette… sfagiolo tutte le mie esperienze degli ultimi tre anni, da dopo la laurea. Già, della laurea nessuno dice niente. Invece a questo punto sparano un:

“Oh, sono esperienze molto diverse fra loro… come mai?”
Il gelo.
Perché è capitato così! Se dici “perché sono una a cui piace cambiare” sei fottuta. Ti faranno un contratto di tre mesi, ma tu non puoi dire che vuoi cambiare, sennò sembra che tu non sia affidabile. Allora dici la verità. E’ andata così.

“Ma lei cosa vorrebbe fare?”
Silenzio.
Si riescono a sentire le tarme che rosicchiano il legno della scrivania.
A quel punto dici che vorresti fare quello per cui sei lì. Che non è vero. Che non è ovviamente vero. Ma d’altra parte non puoi uscirtene con un “che caz*o ne so?”.

“Perché vorrebbe lavorare qui?”
Oddio, crisi di panico.
Ti sudano le ascelle. Io non vorrei lavorare qui. Io non vorrei assolutamente lavorare qui. Devo pagare l’affitto. Ecco perché sono qui. Allora inventi qualcosa.

“Si descriva in tre parole”
Instabile, confusa, depressa, e salto giù dalla finestra.
Una volta di fronte a questa domanda assurda tirai lì due aggettivi e il terzo non mi veniva… giuro non mi veniva niente, tabula rasa….la mia mente vagava a mille “disperata, non posso dirlo, stufa di queste domande, no non posso…dai pensa pensa sei una persona intelligente” e “intelligente” mi uscì dalla bocca prima che potessi impedirlo. Il tipo mi seccò dicendo: “esistono due tipi di persone, quelle che dicono di essere intelligenti e quelle che lo sono”. Io mi morsi la lingua per non dire “scusi sa, domanda del caz*o, risposta del caz*o”. Invece mi uscì un veramente intelligente “eheh hem” con sorrisino ebete allegato. Ovvio, non l’ho più sentito.

“E’ sposata?”
No. Facile questa.

“Ha intenzione di sposarsi?”
No. Facile anche questa, ma che caz*o c’entra?….

“Ha figli?”
No, io…

“Ha intenzione di avere figli?”
Beh… io.. non… cioè… nell’immediato no…. Cioè anzi, mai…. Devo dire mai? Ok, mi faccio sterilizzare, va bene così testa di mer*a!!!!???? Queste domande le fate anche ai ragazzi?? Stron*i bastardi???

“Che tipo di lavoro le piacerebbe fare?”
Mi piacerebbe il contatto col pubblic…..
“Ma questo si svolge più che altro al computer”
Si va benissimo anche quello. Ok. Si si.

“Non mi va che le mie dipendenti indossino jeans e nemmeno scarpe sportive”
Si, ok. Posso investire i miei ultimi risparmi in vestiti, si, ok.

“Preferisce part time o full time?”
E’ lo stesso… io… è uguale.

“Sarebbe disposta a fare gli straordinari tutti i giorni?”
Si. Col caz*o. Ma dici si, ovviamente.

“Lavorare nei Week end?”
Si. Tanto ormai non ho più una vita.

“La paga sarebbe quella del livello più basso e il contratto di tre mesi”
Perfetto. Proprio quello che cercavo.

“Non so, sa, lei ha fatto così tanti lavori…. Sa, la nostra azienda ha bisogno di stabilità e lei, a giudicare dal suo curriculum non sembra poterla garantire”
Hai bisogno di quello stramaledetto lavoro e devi stare zitta. Fai un sorriso sapendo che la persona che hai davanti può farti essere indipendente nei prossimi mesi. Dici che non è stata certo colpa tua se i contratti scadono ogni tre o sei mesi. E fai la persona educata, mentre le unghie te le stai ficcando nei polsi. Perché in realtà quello che pensi è….

Ficcatevele nel cu*o le vostre domande, le vostre pretese, le vostre insinuazioni. Teste di caz*o rotte in cu*o. Stro*zi. Con i vostri vestiti del caz*o. Con le vostre aziende di mer*a. Con quel tailleur io ti ci strangolo putta*a. Ma figurati se voglio figli ora maschilista del caz*o, vaffancu*o.
Sono qui perché sei l’unico che ha chiamato stron*o. Il livello base ficcatelo nel cu*o e già che ci sei facci entrare il tuo caz*o di contratto di mer*a. Questo lavoro non lo voglio fare, fa caga*e, lo fai bene te perché sei uno stron*o. Venditela da solo la tua mer*a, testa di caz*o. Ho una laurea bastardo infame. Ho fatto troppi lavori?? Non sono stabile??? Ma ti levo quella scopa dal cu*o e ti ci spacco la testa tro*a figlia di putta*a stron*a succhiac***i.
Poi, mi piacerebbe, con compostezza, alzarmi, lavarmi via il sangue dalle mani, dire “è stato un piacere, spero di risentirla presto, con delle buone notizie”, sorridere, ed uscire educatamente dalla stanza.

PET SOCIETY

Si sa, noi disoccupati dobbiamo inventarci nuovi metodi per ammazzare il tempo, pima che succeda il contrario.
In questo facebook ci viene in aiuto, non solo perchè impieghiamo almeno un paio di unità al giorno a farci i fatti altrui (tenere presente che per leggere gli annunci on line si impiega 1/4 di unità di tempo), ma anche perchè ci offre una più o meno vasta gamma di giochi e giochini. Uscire dal tunnel di Tetris si sa è dura. Ma, una volta superato quello, si scopre Pet Society.
Pet Society, lo dico per quelli che hanno ancora un lavoro almeno per i prossimi tre mesi, è una società di mostriciattoli carini e coccolosi creata per metterci in contatto con le nostre più intime e più o meno nascoste nevrosi e aspirazioni: l’aspetto estetico, la vita sociale, le cose da comprare e, ovviamente, i soldi.
Vieni subito trascinato in questo gioco, che poi non è un vero gioco, in realtà non so cosa sia… comunque ne vieni subito rapito perchè ti puoi creare il tuo pet come più ti piace, una figata! Ci passi un’ora, quattro cicchini e una tazza di tea, ma alla fine sei bellissimo. E non appena dai conferma di come vuoi essere ti accorgi che in realtà come sei non ti piaci affatto, che magari vorresti essere maschio o di un altro colore, e vai in paranoia, soprattutto perchè scopri che se vuoi puoi cambiare il tuo aspetto, ma, e arriviamo al punto, devi PAGARE.
Infatti il vero scopo del “gioco” qual’è? Accumulare soldi.
Pe cosa? Boh… mah… in realtà… perchè così puoi comprarti vestiti e oggetti per la casa, ecco!
E come si fa per avere soldi? Si vince alla lotteria giornaliera, si fanno le gare a ostacoli e si vanno a trovare i nostri amici, non perchè li vogliamo andare a trovare, perchè in realtà non puoi interagire, no, però ogni volta vinci 20 monete d’oro!
Poi dopo che ti sei sfondato il cervello per mezz’ora, aiutato da una musichetta che forse ascoltava anche Manson (altro che i Beatles!), ti accogi che comunque non hai tutti i soldi che vorresti avere! E vai in paranoia.
Comunque, un po’ affranto e con la cinghia tirata, vai con il tuo esiguo gruzzoletto a spendere quello che hai faticosamente accumulato.
Alla fine della giornata guardi soddisfatto il tuo Pet nella sua casetta.
Lui è felice e tu hai capito, finalmente, che cos’è la vita.

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